Sulla base di antichi scritti e sigilli sumerici, lo scrittore Zecharia Sitchin ha elaborato una teoria secondo la quale esseri provenienti da un altro mondo, gli Anunnaki (o Nefilim), visitarono la Terra in un remoto passato, intervenendo geneticamente sugli ominidi dell’epoca ed accelerandone la naturale evoluzione verso lo stato di homo sapiens sapiens.
Secondo le antiche tavole, essi “crearono l’uomo a propria immagine e somiglianza”: questo implica che gli Anunnaki fossero esseri antropomorfi e quindi molto simili, se non proprio uguali, all’uomo. Inoltre, poiché vissero apertamente nel nostro ambiente, è ovvio che questo si confaceva loro: atmosfera, gravità, livello di illuminazione, temperatura e pressione atmosferica erano idonee alla loro fisiologia, pertanto anche il loro pianeta doveva presentare caratteristiche chimico-fisiche molto simili. Questo pianeta era chiamato Nibiru dai sumeri e Marduk dai babilonesi, esso apparterrebbe al nostro Sistema Solare, ma la sua orbita risulterebbe assai diversa da quella classica degli altri pianeti conosciuti: fortemente ellittica, alquanto inclinata rispetto al piano dell’eclittica, e retrograda rispetto a quelle di tutti gli altri pianeti del Sistema Solare. La sua orbita sarebbe talmente allungata da portarlo ben oltre l’orbita di Plutone ed impiegherebbe 3600 anni per completare una rivoluzione completa attorno alla nostra stella.
Si è già visto in questo articolo come dal punto di vista astronomico sia da escludere l’esistenza di un pianeta con queste caratteristiche. Supponendo però per assurdo che esista, ci si chiede se un pianeta con un’orbita del genere, che lo spinge tanto lontano dal Sole, possa ospitare la vita.
A tale proposito si consideri che per la maggior parte dei 3600 anni di rivoluzione intorno al Sole Nibiru si troverebbe ben oltre l’orbita di Plutone, dove l’irraggiamento solare, che decresce con il quadrato della distanza dalla nostra stella è veramente ridotto.


Secondo le deduzioni di Zecharia Sitchin, Nibiru produrrebbe da sé il calore necessario alla sua popolazione, che verrebbe trattenuto per effetto serra dalla propria fitta coltre atmosferica. Tale energia termica sarebbe il risultato del decadimento radioattivo di taluni elementi presenti nelle viscere del pianeta. Sulla nostra Terra, il calore derivato da Uranio, Torio e Potassio 40 presenti nel nucleo produce la fusione delle rocce sotterranee, successivamente espulse dalle eruzioni vulcaniche.
Nel suo libro “La Genesi”, Sitchin rimarca come il nucleo di alcuni pianeti del Sistema Solare (Giove, Saturno e Nettuno, per l’esattezza) produca calore. Questo fenomeno è dovuto alla enorme pressione esercitata dalla massa di questi grandi corpi celesti sulle proprie regioni interne, pertanto le loro temperature superficiali risultano maggiori di quelle che si avrebbero qualora essi fossero riscaldati dalla sola luce solare.
Giove emette una energia pari a circa due volte e mezza quella ricevuta dal Sole, tuttavia la sua temperatura superficiale resta molto bassa, nell’ordine dei -90 °C. Per Saturno e Nettuno l’energia interna generata è ancora minore.
Comunque, anche ammettendo che Nibiru disponga di una sorgente di energia termica al proprio interno, non è questo un motivo sufficiente per ritenere possibile lo sviluppo e il sostentamento della vita sulla sua superficie, a parte forse forme di vita elementari quali virus e batteri, in grado di vivere in ambienti caratterizzati da condizioni del tutto proibitive per organismi appena più complessi.
Un altro elemento fondamentale per lo sviluppo della vita è costituito dalla luce che deve raggiungere la superficie con una certa intensità e deve essere abbastanza costante nel corso di una intera rivoluzione planetaria. Questo si traduce in un’orbita ubicata abbastanza vicina al Sole ed il meno possibile ellittica. Tenendo presente che, come accennato prima, l’intensità luminosa decresce con il quadrato della distanza dalla sorgente, si ha ad esempio che Giove riceve 1/25 della luce solare che arriva sulla Terra, Saturno ne riceve 1/100, Urano 1/400 e Nettuno 1/900.
Nel caso di Nibiru, nel giro di 1.800 anni si passerebbe da 1/8 della luce che raggiunge la Terra, quando il pianeta si trova al perielio, a 1/57000 quando si trova all’afelio e viceversa per gli altri 1800 anni restanti del suo periodo di rivoluzione. Il pianeta sarebbe pertanto immerso nell’oscurità per la quasi totalità dei suoi  3600 anni di periodo orbitale, oppure al massimo sarebbe fiocamente illuminato da una luce rossastra scura autoprodotta insieme al calore.
Come è noto il metabolismo vegetale trae energia proprio dalla luce solare e pertanto su questo pianeta non ci sarebbero affatto le condizioni ideali per lo sviluppo di una vegetazione lussureggiante. Tuttavia anche ammettendo l’esistenza di flora, questa dovrebbe essere talmente prodigiosa da adeguarsi a variazioni estreme di luce ogni 1800 anni, ed ovviamente ad esse dovrebbero adattarsi tutte le forme di vita animali del pianeta, se non altro per banali questioni di catena alimentare. E non si tratta di un problema da poco.

Fonte: CEIFAN
12/01/15

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