La pila o batteria di Bagdad, è il nome con il quale è noto un oggetto scoperto probabilmente nel 1936 nel villaggio di Khuyut Rabbou’a, nei pressi di Baghdad, in Iraq . Nel 1938 questo manufatto, esposto nel Museo Nazionale dell’Iraq, attirò l’attenzione del tedesco Wilhelm König ,il quale due anni dopo, nel 1940, affermò che poteva essere una cella galvanica ante litteram, forse utilizzata per placcare gli oggetti in oro e argento. Se questa ipotesi si rivelasse corretta, anticiperebbe l’invenzione della cella elettrochimica di Alessandro Volta di quasi 2000 anni, infatti König faceva risalire il manufatto ad una data tra 250 a.C. ed il 224 d.C., quando quello che è il moderno Iraq era dominato dai Parti.
Ma i Parti hanno davvero inventato la pila? Ci troviamo forse di fronte ad un Oopart?
Iniziamo subito a dire che tutti gli studiosi concordano sul fatto che non si tratti di Oopart, poiché la sua realizzazione non risulta al di fuori delle possibilità tecniche dell’epoca.
Inoltre è giusto sapere che secondo alcuni studiosi, come St. John Simpson, la pila avrebbe una datazione più recente essendo un esempio di ceramica Sasanide ovvero riconducibile tra il 224 e il 640 d.C..


Molti esperimenti hanno provato a dimostrare le capacità elettriche di tale artefatto seguendo alcuni passi, come spiega il sito del Cicap.
Non è semplice provare o confutare l’ipotesi che si tratti veramente di una pila. In effetti questo, come qualsiasi altro oggetto composto da due metalli differenti, può funzionare da rudimentale pila se immerso in una soluzione acida. Tuttavia la corrente generata in questo modo è minima. Non è facile ottenere una corrente di intensità ragionevole e far sì che la pila funzioni per più di qualche minuto, quando i due metalli sono rame e ferro, a meno di non usare come elettroliti acidi forti che però erano sconosciuti all’epoca. In una pila la corrente viene generata tramite due reazioni differenti che avvengono vicino ai due elettrodi, tra questi e opportune sostanze (elettroliti) disciolte nel liquido in cui sono immersi. Sono stati proposti vari tipi di elettroliti, basati su sostanze conosciute al tempo della “pila”.  Se si usa acqua acidulata o salata, questa fa solo da conduttore, permettendo le reazioni:

Fe-> Fe2+ + 2 e- O2 + 2 H2O + 4 e- -> 4 OH-

La seconda reazione avviene con l’ossigeno dell’aria disciolto nell’acqua. In questo caso però la forma chiusa della “pila” è una scelta poco felice perché l’ossigeno necessario si scioglie nell’acqua con difficoltà, una reticella metallica posta subito sotto la superfice in una bacinella avrebbe funzionato molto meglio. Essendo l’oggetto trovato da König un cilindro sigillato, avrebbe potuto funzionare solo per pochi minuti. Candidati più promettenti sono invece oggetti simili trovati in Seleucia. W.F.M. Gray ha provato ad utilizzare solfato di rame, e la pila riesce a funzionare bene per un breve tempo, finché l’elettrodo di ferro non viene ricoperto da uno strato di rame. Altri studiosi hanno usato benzochinone, una sostanza che si trova nelle secrezioni di alcuni centopiedi, mescolato con aceto. Tutti questi processi funzionano molto male, in quanto nella pila di Baghdad manca un meccanismo (come un setto poroso, o una gelatina) che separi gli elettroliti che reagiscono con i due elettrodi. Comunque la possibilità, remota, che l’oggetto fosse effettivamente una rudimentale pila esiste, e non è al di fuori delle possibilità tecniche del tempo. È possibile provare a costruirsi in casa una “pila di Baghdad”. Sono sufficienti un pezzo di ferro, un po’ di filo elettrico, un bicchiere di aceto (o di soluzione di solfato di rame), e un tester da hobbista elettronico. Collegare il pezzo di ferro ad un filo, ed immergerlo nella soluzione. Come elettrodo di rame si può utilizzare un secondo filo scoperto per un tratto di qualche centimetro. Si può così verificare che, anche se la tensione prodotta può raggiungere un volt, la corrente è molto ridotta, non più di qualche milliampere.

Oltre a quelli già citati, negli anni sono stati eseguiti anche altri esperimenti sulla stessa falsariga.
Nel 1980, nella serie televisiva “il misterioso mondo di Arthur C. Clarke” , l’egittologo Arne Eggebrecht creò una cella voltaica utilizzando un vaso riempito di succo d’uva, riuscendo a generare mezzo volt di energia elettrica e dimostrando di poter placcare d’argento una statuetta in due ore, utilizzando una soluzione di oro e cianuro. Tuttavia, molti dubbi sono recentemente nati sulla validità di questi esperimenti.
In Discovery Channel nel programma di MythBusters sono state costruite repliche di queste giare per vedere se era davvero possibile utilizzarle per la galvanotecnica; dieci vasi di terracotta sono stati usati come le batterie ed è stato scelto come elettrolita del succo di limone per attivare la reazione elettrochimica tra il rame e il ferro. Collegati in serie, le batterie hanno prodotto 4 volt di energia elettrica. Tuttavia essendoci pervenuta una sola pila, l’ipotesi dell’esistenza di altri oggetti dello stesso tipo da collegare in serie è solo ipotizzabile.



La teoria della pila galvanica utilizzata per placcare gli oggetti in oro e argento è senza dubbio molto affascinante, tuttavia negli ultimi tempi non gode di particolare stima, infatti come asserisce Paul Craddock del British Museum: “Gli esempi che vediamo da questa regione e periodo sono doratura convenzionali e doratura a mercurio. Non c’è mai stata alcuna prova a sostegno della teoria galvanica”. Anche la prova citata da König nel suo testo, ovvero che tutt’oggi gli artigiani di Baghdad usino una particolare tecnica di doratura galvanica, è stata confutata in quanto la tecnica usata in Iraq è molto simile a quella utilizzata nel secolo scorso in Inghilterra, paese colonizzatore, ed è comunque molto differente dall’elettrochimica presente nella pila in quanto contiene zinco, molto più ossidabile del ferro e sali di cianuro, sconosciuti in epoca antica.
E’ bene infine chiarire alcuni punti essenziali sul manufatto stesso che fanno propendere più verso l’idea dell’errore interpretativo di König che non sull’esistenza di una antica pila:

  • L’asfalto che copre il “vaso” lo isola a tal punto che bisogna modificare l’artefatto per far si che riescano a “circolare” gli elettroni. Inoltre avrebbe bisogno anche di continua manutenzione per funzionare.
  • L’ archeologo Ken Feder fa notare come il manufatto non possieda fili esterni conduttori ne che possano indicare collegamenti tra i vasi per il loro uso per la galvanoplastica.
  • In molti hanno notato la somiglianza tra il manufatto ed i contenitori usati per trasportare i rotoli sacri dalla vicina Seleucia, presso il Tigri, ma la somiglianza che vi è anche tra i comuni contenitori utilizzati a scopi magici o propiziatori che per altro contenevano dei metalli simbolicamente legati alle varie divinità.


Fonte: Mistero Risolto
26/03/15

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