Mohenjo-daro

Un olocausto nucleare nel passato remoto dell'India: l'antichissima città di Mohenjo-daro sarebbe stata distrutta dall'esplosione di una piccola bomba atomica al culmine di una guerra tra diverse fazioni di extraterrestri. 
E' quanto sosteneva più di trent'anni fa lo studioso David W. Davenport nel suo libro "2000 a.C. Distruzione atomica" scritto in collaborazione con il giornalista italiano Ettore Vincenti ed edito dalla casa editrice SugarCo nel 1979.

Il libro 2000 a.C. Distruzione atomica

Mohenjo-daro, il cui nome significa monte dei morti, è un'antichissima città risalente all'Età del bronzo, situata sulla riva destra del fiume Indo, nell'attuale regione pakistana del Sindh, 300 km a nord-nord-est di Karachi. Insieme ad Harappa è una delle più grandi città della cosiddetta civiltà della valle dell'Indo.
La città si estende per circa 100 ettari ed è divisa in due settori, una cittadella ed una città bassa, la disposizione degli edifici e delle strade rivela un piano di urbanizzazione ben studiato, le strade infatti formano una griglia con al centro un vialone principale, largo circa 10 metri, che divide la cittadella dalla parte bassa.
La popolazione della città doveva essere di circa 40.000 persone anche se altre fonti indicano che nel periodo di massimo splendore doveva raggiungere le 70.000 unità. Gli scavi archeologici hanno evidenziato che le abitazioni erano spesso munite di una sala da bagno e di un sistema di drenaggio delle acque di scarico. Nella cittadella inoltre sono presenti una struttura a forma di vasca che fungeva da serbatoio, alcuni grandi granai ed una grande struttura residenziale.
La città è stata costruita nel corso del terzo millennio a.C. ed è stata abbandonata definitivamente verso la fine del XVIII secolo a.C.
La scienza ufficiale spiega la fine di questa civiltà con le frequenti piene dell'Indo, Davenport invece sosteneva che la sua fine era stata repentina e causata da un'arma micidiale paragonabile ad una moderna bomba atomica.
Davenport seppur di origini inglesi, era nato in India ed era esperto di sanscrito e di antichissime tradizioni  popolari indiane, per le sue ricerche è partito dal presupposto, condiviso anche da molti studiosi indiani, che gli eventi descritti negli antichi testi siano fatti realmente accaduti in seguito trasformati dall'alone del mito.
Interpretati in questa ottica i poemi epici come il Ramayana o il Mahabharata riporterebbero con dovizia di particolari ordigni volanti ed armi ultramoderne paragonabili, se non superiori, a quelle attuali.

Lord David W. Davenport (a sinistra) ed Ettore Vincenti (a destra)

Dopo aver conosciuto il giornalista Ettore Vincenti, Davenport intraprese un lungo viaggio tra India e Pakistan alla ricerca di indizi, riferimenti e prove circa una città distrutta da un'arma "divina" così come descritto nel Mahabarata "… un unico proiettile caricato con tutta la potenza dell’universo, una colonna incandescente di fumo e di fiamme, luminosa come diecimila soli, si levò in tutto il suo splendore. Un’arma sconosciuta, un fulmine di ferro, un gigantesco messaggero di morte che ridusse in cenere l’intera razza dei Vrishnis e dei Andhakas".
Davenport raccolse diversi reperti quali bracciali, anfore e pietre che fece analizzare dagli esperti del CNR di Roma; sui reperti non fu trovata alcuna traccia di radioattività, che anche a distanza di 4.000 anni avrebbe lasciato tracce evidenti, tuttavia gli oggetti risultavano vetrificati per effetto di un calore che gli esperti stimavano nell’ordine dei 1500 gradi.
Un altro indizio importante emerge da uno studio sulla diversa altezza delle rovine della città in base al presunto epicentro dell'esplosione che può essere spiegabile se si prende in considerazione l’ipotesi di una grande esplosione in quota che avrebbe prodotto un’onda d’urto tale da abbattere le abitazioni in relazione alla distanza.
Nel loro libro Davenport e Vincenti infatti scrivevano "… allo stato attuale della tecnologia solo un ordigno nucleare può essere stato capace di creare contemporaneamente un’onda d’urto e un’onda di calore tali da lasciare le tracce che abbiamo rilevato a Mohenjo-daro".
Abbiamo visto che già all'epoca delle loro ricerche non era emersa alcuna traccia di radioattività, per quanto riguarda l'epicentro dell'esplosione vi sono altri studi che sembrano smentire tale ipotesi come si può leggere in questo articolo.
Rimane il problema dei reperti fusi a temperature altissime che effettivamente possono essere compatibili con un'esplosione nucleare, anche in questo caso ci sono però pareri contrastanti poiché alcuni parlano di un numero esiguo di reperti (vedi sempre link precedente), altri invece riportano la presenza di "aree totalmente cosparse da vasellame e mattoni fusi o vetrificati, come se fossero state realmente esposte ad una fonte di calore molto elevata" come il caso dello studioso Enrico Baccarini che a distanza di circa trent'anni ha ripercorso le orme di Davenport e Vincenti, come si può leggere in questa pagina.
Tuttavia a mio parere queste considerazioni di carattere oggettivo non tolgono alcun valore al lavoro di Davenport e Vincenti  che rappresenta un raro esempio di come si possano trattare in maniera seria e professionale argomenti che esulano dagli schemi tradizionali della moderna archeologia.
07/12/13

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