L'Islanda è stata spesso indicata come un modello da seguire non solo per aver votato e scritto una nuova costituzione con l'aiuto di internet, ma anche perché è molto diffusa la leggenda che l'Islanda abbia deciso di non ripagare il suo debito pubblico. Oggi la crisi in Islanda sembra essere passata e l'economia è tornata a crescere. Se a questo si unisce che i politici ritenuti responsabili della crisi sono finiti sotto processo, l'Islanda appare come il miglior esempio da seguire per l'Italia.
Le cose però non stanno esattamente così. Il primo motivo è che è piuttosto difficile immaginare due paesi più distanti tra loro: l'Italia con più di 60 milioni di abitanti e l'Islanda, invece, con una popolazione più o meno pari a quella di Verona, circa 300 mila abitanti. Con un termine tecnico, l'Islanda è un paese non “sistemico”, che può compiere scelte anche molto azzardate senza che queste abbiano gravi conseguenze di portata planetaria. Ma non c'è solo questo: anche la ricostruzione della crisi in Islanda che viene diffusa più spesso è profondamente scorretta.


La crisi in Islanda iniziò nel 2008 quando, appena esplosa la vicenda di Lehman Brothers, le uniche tre banche del paese fallirono una dopo l'altra e furono nazionalizzate. I debiti della banche divennero parte del debito pubblico che di conseguenza aumentò di oltre l'80% in poche settimane. Questo choc causò un crollo del valore della moneta nazionale e una gravissima recessione.
Subito dopo l'inizio della crisi, nell'ottobre del 2008, l'Islanda chiese l'aiuto del Fondo Monetario Internazionale, che aprì immediatamente una linea di credito all'Islanda, prestando al paese 2 miliardi di dollari. Per concedere quei prestiti, l'FMI chiese l'adozione di tutta una serie di misure a cui non solo l'Islanda si adeguò, ma che portò a termine così bene che riuscì a restituire il prestito con nove mesi di anticipo, divenendo una specie di allieva modello del Fondo Monetario Internazionale.


La leggenda del virtuoso default dell'Islanda deriva da un episodio che in realtà sembrerebbe molto più degno di biasimo che di merito. Una delle tre banche nazionalizzate dal governo, la Landsbanki, aveva tra i suoi fondi anche un fondo pensione chiamato Icesave. Con il collasso della Landsbanki cominciò un caso diplomatico e legale estremamente complicato che non si è ancora concluso. In sostanza: all'interno di Icesave avevano depositato i contributi per la loro pensione più di 120 mila cittadini inglesi ed olandesi per un totale di 1,7 miliardi di depositi.
La disputa verteva sullo stabilire quanti di quei soldi il governo islandese, che ora controllava Icesave, avrebbe dovuto ridare ai futuri pensionati inglesi e olandesi. Gli accordi ottenuti nel 2010 e 2011 tra i tre governi per restituire il denaro, in diverse forme e tutte molto complicate, furono tutti bocciati nel corso di due referendum, uno nel 2010 e l'altro nel 2011.

22/03/16

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