I dischi dei Dropa, o dischi di Bayan Kara Ula, sono 716 reperti a forma di disco costituiti principalmente da granito ma con un’alta concentrazione di cobalto ed altri metalli e sulla cui superficie si presentano strane incisioni.
I dischi sarebbero stati scoperti da una spedizione archeologica, guidata dall’archeologo  Karyl Robin-Evans, che nel 1947 li avrebbe rinvenuti in una caverna della regione montuosa di Bayan Kara Ula, al confine tra Cina e Tibet, insieme agli scheletri di una misteriosa ed antichissima popolazione che un tempo abitava la zona: i Dropa o Dzopa. Si trattava di esseri umani dalle caratteristiche davvero singolari: il corpo minuto e la testa sproporzionatamente grande.


Robin-Evans entrò in contatto con i discendenti di questa enigmatica tribù che gli spiegarono che i Dzopa erano i superstiti di una razza di esseri extraterrestri la cui astronave si era schiantata in quella zona circa 12.000 anni fa. I simboli incisi sui 716 dischi rappresenterebbero la storia di questi extraterrestri bloccati per sempre nelle montagne del Tibet, non solo: alcuni dischi, una volta esaminati dagli scienziati, avrebbero presentato caratteristiche molto particolari, quali la concentrazione piuttosto alta di cobalto ed altri metalli. Uno scienziato sovietico, il dottor Viatcheslav Saizev, avrebbe dichiarato che, una volta sistemati i dischi su un dispositivo simile ad un grammofono, essi "vibravano" come se una carica elettrica vi fosse passata attraverso oppure come se "essi facessero parte di un circuito elettrico".


La storia della spedizione e del misterioso ritrovamento dei dischi è narrata dallo scrittore David Agamon nel libro “Sungods in Exile” pubblicato nel 1978 e che dice di rifarsi direttamente agli appunti di Robin-Evans. Questo libro è l’unica fonte che parla di questa storia e già questo particolare dovrebbe far riflettere su tutta la vicenda.


La verità emerse infatti nel 1995, quando l’autore britannico David Gamon confessò alla rivista Fortean Times di aver scritto “Sungods in Exile” come burla sotto lo pseudonimo di Agamon, ispirato dalla popolarità di Erich von Daniken e del suo libro sugli antichi astronauti. Gamon riferì che il materiale per la storia era stato ripreso da un articolo di una rivista degli anni ’60, il Russian Digest, e da una novella francese del 1973, “I dischi di Biem-Kara”, scritta da Daniel Piret.
Questa rivelazione non impedì però ad Hartwig Hausdorf  di scrivere il libro “The Chinese Roswell” nel 1998, dove introduceva la figura del professor Tsum Um Nui, della Beijing Academy, che avrebbe tradotto i simboli incisi sui dischi di pietra. Ovviamente il professore non esiste ed inoltre Tsum Um Nui non è un cognome cinese, bensì giapponese e scritto anche in maniera ortograficamente scorretta. Allo stesso modo, i dischi di pietra non esistono:  nessuno dei musei dove secondo i due libri sarebbero conservati i dischi ha mai avuto, nè tantomeno conosciuto, un disco dei Dropa.
Le foto che ritraggono i fantomatici dischi in realtà sono foto di oggetti, questa volta autentici, chiamati Bi. Si tratta di antichi manufatti di giada dell’antica Cina a forma di disco, utilizzati per scopi cerimoniali, i più antichi di essi risalgono al neolitico.


10/12/14

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